C.U.N. - Centro Ufologico Nazionale - Sezione TriVeneto
|
|
|
SEGUENDO
UNA STELLA nel
firmamento celtico di
Giorgio Pattera Fin dalle epoche più remote i
popoli si dedicarono allo studio del cielo, indotti dal fascino che la volta
stellata esercita sull'uomo, ma anche dalla necessità di stabilire
calendari idonei a programmare le varie attività agricole, secondo il volgere
delle stagioni, nonché di orientarsi nei grandi spostamenti, sia per terra che
per mare. L'osservazione del firmamento costituisce infatti, ancor oggi, la
garanzia di base per una corretta navigazione. In un secondo tempo, sempre per
il fascino che le stelle esercitano sull’uomo e per poter in un certo modo
collegare la volta celeste con lo svolgersi della propria vita, sono nati lo
Zodiaco e la Divinazione. E’ forse per questo motivo che tutte le culture
hanno sempre contemplato una forma di predizione del tutto particolare:
l’oroscopo. Probabilmente non tutti sanno che questo termine, così usato (ed
anche ultimamente inflazionato) nel comune linguaggio quotidiano, possiede una
derivazione etimologica ben precisa. Deriva infatti dal lemma greco Oroscòpion,
composto dal verbo skopéo (che significa osservo)
e dal sostantivo ora (che, in questa accezione, assume il
significato più ampio di tempo). Quindi, letteralmente, “l’osservazione
del tempo”, cioè della situazione rispettiva dei corpi celesti nel
momento in cui avviene la nascita, per poter presagire gli avvenimenti futuri
nella vita dell’individuo. I CELTI attribuivano grande importanza ai corpi
celesti, quali le Stelle, il Sole e la Luna: questi ultimi, con i loro movimenti
ciclici, si rivelano fondamentali per la suddivisione del tempo. L’anno era
essenzialmente basato su due eventi: il sorgere di ALDEBARAN e
quello di ANTARES, che segnavano i due periodi fondamentali:
quello caldo e quello freddo. Il calendario celtico, basato sulla Luna, era
molto complicato, ma ad un tempo talmente preciso (per l’epoca), che poteva
addirittura prevedere le eclissi di Luna o di Sole con un errore di soli 3
giorni ! Deputati allo studio ed all’interpretazione della natura e delle
leggi del Cosmo erano i DRUIDI (“sapienti delle querce”,
dal greco druV
= quercia e
dall’indo-europeo *wid
=
sapere), sacerdoti ma anche uomini di scienza e conoscenza; attributi
coesistenti in tutte le civiltà antiche, in cui i “saperi” erano
collegati fra loro ed unificati nella stessa figura. I Druidi, pertanto, erano
al contempo medici, maghi e astronomi, anche se va ricordato che l’uso che
questi facevano del cielo (e soprattutto delle dodici costellazioni zodiacali)
era diretto solo in minima parte a scopi astrologici; inoltre conoscevano molto
bene una grande quantità di essenze vegetali: le piante “sacre” per
eccellenza erano la quercia, l’agrifoglio e soprattutto il vischio. Scrive
Plinio il Vecchio nella sua Naturalis Historia: “Il vischio
veniva staccato dalle querce (il vischio è una pianta parassita) con un
falcetto d’oro e raccolto in un candido manto, nel corso d’una grande
funzione che veniva celebrata il sei d’ogni mese dai Druidi biancovestiti,
mistici sacerdoti della religione celtica”. Oltre che per questo solenne
rituale, il vischio era così importante per i Druidi, antichissimi “filosofi
della natura”, perché ne conoscevano le proprietà terapeutiche. Spremuto da
fresco, esso produce infatti un succo contenente colina, acetilcolina e
viscotossina, tre sostanze che abbassano temporaneamente la pressione sanguigna.
Le foglie di vischio inoltre, ridotte in poltiglia, leniscono i dolori
dell’ulcera maligna. E' probabile che i Druidi
avessero intuìto anche le sue proprietà antitumorali: in studi sperimentali di
oncoterapia, infatti, si è dimostrato che il vischio possiede la capacità di
inibire la crescita delle cellule neoplastiche. Sembra
anche che gli estratti di vischio agiscano da stimolanti sul sistema immunitario
dell'organismo, specialmente sull'attività del timo. Gli infusi di rami e
foglie possiedono proprietà ipotensive, emodepurative e calmanti. Questa pianta
è una fonte di composti cardiotonici, che risultano molto utili nella cura
delle affezioni a carico del sistema circolatorio. I dosaggi devono essere
sempre parsimoniosi, perché le bacche contengono dei principi tossici per il
corpo umano. Il cielo del 500 a.C. (nel periodo
del massimo sviluppo della cultura celtica in Europa) era leggermente diverso da
quello cui siamo abituati oggi, a causa del fenomeno della “precessione
degli equinozi”, secondo il quale l’inclinazione dell’asse di
rotazione terrestre varia ogni 23.500 anni circa. Per tale fenomeno, la stella
più vicina al polo nord celeste, nel 500 a.C., non era l’attuale stella
Polare, ma Kochab, sempre nella costellazione dell’Orsa minore;
ciò rendeva possibile osservare dalla Gallia alcune costellazioni oggi visibili
solo dall’emisfero australe. In corrispondenza del 1° novembre,
festa di Samain, era in levata eliaca ( = il sorgere d’un astro
quasi contemporaneamente al Sole) Antares, una stella rossa di
prima magnitudine, la più luminosa della costellazione dello Scorpione. Ad Imbolc,
circa il 1° febbraio, era in levata eliaca Capella, stella gialla
della costellazione dell’Auriga, anch’essa di prima magnitudine. A Beltaine,
il 1° maggio, sorgeva poco prima del Sole la stella rossa Aldebaran,
la più luminosa della costellazione del Toro. Il colore della stella sembrava
intonarsi perfettamente col colore del fuoco, associato al dio Belenus. Infine Sirio,
la stella più luminosa di tutto l’emisfero boreale, nella costellazione del
Cane maggiore, sorgeva eliacamente al 1° agosto, in corrispondenza della festa
di Lugnasad. La stella più brillante, dunque, era associata a Lug, la divinità
celtica più importante. Tutte le popolazioni antiche hanno
sempre alzato lo sguardo al cielo, con la speranza di ricavarne indicazioni
utili per la vita sulla terra. Tuttavia, ribadiamo, l’attenzione che i Druidi
(i mitici sciamani celtici) riservavano al cielo ed alle costellazioni non era
finalizzata all’uso astrologico: l’astrologia, infatti, si diffonderà
solamente più tardi, come “modus vivendi” di provenienza orientale,
importata in occidente dai Romani in seguito alle influssi etnici assorbiti nei
contatti con i popoli dell’Asia minore. L’astrologia occidentale ha così
suddiviso l’eclittica ( = piano dell’orbita terrestre intorno al Sole) nei
dodici segni tradizionali, il cui nome anticamente si legava alle costellazioni
osservabili lungo la fascia di cielo detta Zodiaco. Ma culture diverse hanno in passato
elaborato concezioni diverse, che ancor oggi mostrano una loro validità: fra
tutte emerge in particolar modo l’oroscopo celtico, da cui si evidenzia (se
mai ce ne fosse bisogno) il legame indissolubile che i Celti avevano stretto con
le forze e gli elementi della Natura. Quella celtica era una popolazione
presente fin dagli albori su gran parte del territorio europeo, compreso il nord
Italia, corrispondente grosso modo all’odierna pianura padana. Gran parte
della giornata e dell’intera vita si svolgeva nelle foreste e le leggende
ricamate intorno a questo magico popolo, conservate a stento nel “background”
culturale delle nostre tradizioni, sono state tramandate oralmente. I sacerdoti celti (ad un tempo
cosmologi, erboristi ed uomini di scienza in generale) avevano sviluppato una
forma di “astrologia” del tutto particolare: il loro sistema era articolato
su 22 “segni”, ognuno dei quali corrispondeva ad un ALBERO,
le cui virtù avrebbero influito sulle persone nate in quei giorni. Per i Druidi, l’albero
rappresentava il ciclo della vita e la correlazione fra le tre parti del cosmo:
il sottosuolo (le radici), la terra (il tronco) ed il cielo (la chioma).
Inoltre, da profondi conoscitori degli eventi celesti, suddivisero il percorso
apparente del sole in vari settori, attribuendo a ciascuno l’albero che, per
le sue caratteristiche, più si adattava a quel momento dell’anno. I
22 alberi individuati dalla cultura celtica caratterizzano quindi
ciclicamente le persone nate nei diversi periodi dell'anno. Per questo, è lecito ipotizzare
che i Celti tenessero in grande considerazione il concetto “così è
in alto, come in basso”, per poter collegare le analogie tra le
forze della Natura e quelle umane: ad ogni costellazione venne pertanto
assegnato un albero, considerato “simbolo di vita”. In conclusione, l’impronta
lasciata da un popolo si misura dalla sua saggezza e dalla sua spontaneità
culturale: se questo è vero, si può tranquillamente ritenere che i Celti siano
stati uno dei più grandi popoli esistiti sul nostro Pianeta. Giorgio
Pattera BIBLIOGRAFIA Carnac C. – ASTROLOGIE CELTIQUE – Sand, 1986
Filip J. – I CELTI IN EUROPA – Newton & Compton, 1987 |
|
Inviare a Home page un messaggio di posta elettronica
contenente domande o commenti su questo sito Web.
|